Memorie-2018

 

 

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXVI SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 21-22 aprile 2016

 

Ortayliİlber Ortayli

Università di Galatasaray

Istanbul

 

ASPETTİ SOCİO-CULTURALİ E RELİGİOSİ DELLE MİGRAZİONİ E DİNAMİCHE DELL’İNSEDİAMENTO DEGLİ İMMİGRATİ E DELLE COMUNİTÀ NELL’IMPERO OTTOMANO

 

 

 

Il fenomeno dell’immigrazione nel mondo romano è differente dall’immigrazione del XVIII secolo e conseguentemente, anche dalla consueta immigrazione sociale del giorno d’oggi. Per immigrazione oggi si deve intendere uno spostamento produttivo. Le campagne si spopolano e le città diventano sempre più grandi.

Migrare nel mondo dell’Impero romano corrispondeva a un trasferimento degli schiavi, della forza individuale di operai oppure alla cosiddetta “migrazione dei popoli”, sorta di movimento di invasione al quale si assiste a partire dalla caduta dell’Impero romano; o ancora allo spostamento forzato di gente da una città o regione ad un’altra che costituiva in un certo senso una vera e propria deportazione. Quest’ultimo fenomeno avvenne nell’Impero ottomano durante il XV ed il XVII secolo.

La regione che veniva conquistata solitamente si presentava in pessime condizioni, devastata, spesso si trattava di una regione agricola produttiva abbandonata a se stessa, in sfacelo, che era detta “felah-i vatan” (termine arabo che si usava durante l’Impero ottomano ed aveva il significato di “regione giuridicamente abbandonata”). Successivamente essa veniva ripopolata con gente di altre regioni per il ristabilimento e lo sviluppo dell’area. A tale proposito è opportuno ricordare la deportazione avvenuta nel XV secolo da Karaman, provincia situata al centro dell’Asia Minore (Iconia, Galatia, Cappadocia e Seleucia del periodo dell’Impero romano), nella Tracia dei Balcani e ancora quelle effettuate in Albania, Macedonia e a Cipro.

Non dobbiamo dimenticare che la città di Costantinopoli, quando fu conquistata dal Sultano Mehmed il Conquistatore, era abbastanza spopolata. Di conseguenza la Seconda Roma si poteva popolare solo con un’inevitabile deportazione di gente da altre regioni. Quando si parla di gente da deportare non si intendono solo gli abitanti musulmani dell’Asia Minore, ma anche quelli di fede cristiana.

Quindi vennero deportati nella nuova città conquistata, oltre ai Turchi cristiani della regione dei Tauri (Karamanilis), gli Armeni e i Greci della Bitinia (Bursa, Yozgat, Trabzon, Hakkari, İçel, Niğde, Ankara), nonché i cristiani delle isole conquistate Eboa, Lesbo, Thasos, Samotracia, dalla Crimea, che nel 1463 con un trattato veniva annessa all’Impero, i genovesi, i Turchi Qipchak, gli ebrei caraiti e infine gente dall’Impero Pontico di Trebisonda, conquistato in quello stesso anno.

Con la conquista di Granada, dalla Castiglia della regina Isabella e dall’Andalusia, nell’arco di 20 anni, arrivarono nella città conquistata dagli ottomani più di 50 Ebrei “Kahal”. Bisogna dire comunque che tale spostamento non era stato salutato con lo stesso calore rivolto all’arrivo in massa dalla Spagna degli altri Ebrei.

Sia i musulmani sia i cristiani che erano stati deportati dall’Anatolia non erano affatto soddisfatti. A tale proposito, il Grand Visir di origine ellenica Mahmud Paşa, che si sforzava di fermare tale deportazione e di diminuire il numero dei migranti, veniva chiamato dal popolo “Veli” (“Santo”)[1].

Il sultano Mehmed II il Conquistatore, che oggi la storiografia generale ha consacrato come il vero fondatore di Istanbul, a causa di questa deportazione, non era molto amato dal popolo e neanche dalla classe dei dervisci e degli sceicchi, che avevano perso i terreni che gli erano stati concessi inizialmente.

La migrazione nel mondo dell’Impero romano è più che altro un fenomeno creato da gruppi individuali e dipende dal mercato degli affari. In seguito a queste migrazioni all’interno delle mura di Istanbul fu creata una zona centrale musulmana.

Nella periferia della città, invece, sulle rive del Corno d’Oro, furono insediati i Greci e gli Ebrei, nei dintorni delle mura di Teodosio e sulle rive del Mar di Marmara invece trovarono posto Armeni e Greci.

Nella zona di Pera, dove nel periodo classico risiedevano solo stranieri: veneziani, genovesi Catalani, si insediarono durante gli anni dell’ultimo Impero romano i Greci provenienti dalle isole, gli Armeni, dalla Crimea e dalla Spagna, gli Ebrei, gli Ebrei turchi qaraiti, gli Arabi di Spagna ed anche un piccolo numero di Turchi provenienti dalla Tracia.

Di tale sedentarizzazione forzata a Istanbul, avvenuta nel XV secolo, parlano gli storici turchi: i professori Halil İnalcık, Ekrem Hakkı Ayverdi, Ömer Lütfi Barkan[2]. Per il periodo più tardo invece, specialmente quello relativo alla migrazione dalla penisola italica, bisogna consultare le opere di Geo Pistarino e Tommaso Bertelé. Nell’ultimo periodo dell’Impero romano si nota chiaramente la tendenza al modello cosmopolita di Roma e il sultano Mehmed II è il creatore di questa struttura politica cosmopolita ed imperiale.

I migranti che si insediano negli imperi classici non sono considerati gli elementi principali dello Stato e della città a cui appartengono, essi costituiscono piuttosto la classe plebea, sono migranti.

Ad esempio, se pensiamo all’Impero ottomano, accanto all’elemento principale costituito dai musulmani, c’erano i Greci ortodossi (chiamati ortodossi di Roma), gli Armeni e gli Ebrei, considerati tutti come elementi principali dell’Impero, mentre invece questo non valeva per i cattolici di Roma, i cosiddetti latini. Questi ultimi non erano visti come “millet”, ossia il popolo (communitas) dello Stato.

I loro capi religiosi erano profughi (harbi ossia militari) e pertanto non facevano parte della classe militare (ottimati) dell’Impero. I capi laici di questa comunità non venivano denominati logoteti, arconti, amira, come gli altri capi. Erano rappresentanti (avvocati). Qui non vediamo precisamente le classi esistenti nell’Impero romano, perché nella Terza Roma le categorie sociali non sono uguali a quelle degli imperi della classicità.

Se ci ricordiamo lo stato in cui si trovavano i non cristiani, poco tollerati dai governatori a partire dal V o anche dal IV secolo, vediamo che si era passati ad un sistema di società dove accanto al gruppo di musulmani, considerati elemento principale dell’Impero, c’erano gli altri gruppi, tollerati parzialmente, su cui comandavano i rappresentanti del gruppo militare (ottimati) e, sotto di loro, i “reaya, sudditi non musulmani.

Il mondo monoteista non possiede l’universalismo della Roma classica, ma si basa su un sistema più realistico, che può affrontare i vari sviluppi in maniera più positiva. È naturale che questo lo si veda, come in tutti gli imperi del Mediterraneo, anche nella Roma musulmana.

Lo status civitatis nell’Impero romano classico non è identico a quello, per cosi dire, “bizantino” e non somiglia per niente a quello dell’Impero ottomano. Qui bisogna vedere quanto abbiano inciso le religioni monoteiste come il cristianesimo e l’islam sul fattore identitario del popolo.

Nell’antica Roma, per esempio, la “civitas” superava lo status delle religioni e delle etnie. Il rabbino ebreo San Paolo, come cittadino di Roma, era libero. Ausonius di Bordeaux dice a un governatore: «Diligo Burdigalam, Romam colo. Civis in hac sum, consul in ambabus» ossia «Amo Bordeaux, venero Roma, sono cittadino in questa, console in entrambe». Un altro esempio di quanto detto è costituito dal cittadino Goto, che definiva sua moglie decaduta “civis Alamanna[3].

Nell’Impero ottomano i capi dei vari gruppi etnici costituiscono la classe alta dei cristiani, ebrei e musulmani. Questi vengono chiamati “askeri (soldati). Coloro che sono governati da questi capi di ogni gruppo etnico invece, sia provinciali sia residenti nelle città, fanno parte della classe dei sudditi. Cioé la classe proletaria. Il contadino non può abbandonare il suo terreno. Il contadino che abbandona il suo terreno senza chiedere l’autorizzazione al capo timariota, viene considerato “çiftbozan” (contadino reietto). Se non torna entro dieci anni dall’abbandono della sua terra, viene considerato libero.

Coloro che lavorano nelle fattorie del Sultano sono esentati dalle imposte. Il cittadino (colui che vive in città) invece, se musulmano, non paga la capitazione (cizye), pertanto le città tendono ad ampliarsi. Malgrado ciò, per la migrazione dalla campagna in città sono state prese sempre delle misure.

Solo nel XIX secolo, quando si passa ad un mondo nuovo, conseguentemente alla disgregazione dell’Impero, gli abitanti musulmani ed ebrei migrano dalle province nelle città e cominciano a popolare le grandi città come Istanbul, Smirne, Adrianopoli.

Nel processo di insediamento dei migranti nelle diverse zone della città, il fattore etnico è molto più importante di quello economico, un po’ come nel sistema di insediamento della popolazione nell’Impero romano. I governanti preferiscono insediare i migranti, anche se di diversa appartenenza etnica e religiosa, in zone differenti dal ghetto dove vivono i poveri.

Il fattore etnico era prioritario rispetto a quello economico. Le differenze di status e le esenzioni economiche per i governatori e i governati provengono da Roma. Queste caratteristiche, anche se non completamente identiche, si possono rintracciare anche in alcuni imperi islamici. Infine, ritengo che, oltre a quello che “Bisanzio” ha insegnato al mondo cristiano, sia opportuno analizzare l’eredità lasciata dalla Roma classica all’Impero ottomano.

La capitale dell’Impero romano classico ha combattuto il fenomeno dell’immigrazione considerandolo un problema. Le persone immigravano da ogni parte dell’Impero: schiavi, liberi ed anche quelli che godevano dello status di “cives”. La città di Roma faceva fatica a nutrire tutti i suoi abitanti e gli immigrati[4].

Lo stesso problema si riscontrava a Costantinopoli, sia bizantina sia ottomana, dove agivano meccanismi simili. Tuttavia nel primo secolo dell’Impero ottomano esistevano la deportazione e la sedentarizzazione. Nel corso del XVIII secolo invece si è avuto il problema del controllo degli immigrati celibi. Il fenomeno migratorio non costituiva un problema grave per l’amministrazione imperiale fino alla dissoluzione dell’Impero durante l’era nazionalista e sopratutto fino al ritorno dei colonizzatori musulmani dai paesi balcanici e all’arrivo degli ebrei sefarditi nella capitale. Fino al XVIII secolo la schiavitù non riguardava il lavoro industriale e agricolo tradizionalmente diffuso. In effeti la schiavitù non poteva essere considerata come una problematica della migrazione. Gli schiavi non potevano abitare tra il popolo, essi soggiornavano presso le famiglie, in qualità di domestici privati. Vivevano nei porti e nelle periferie della città, non nel centro urbano. Anche nei secoli XVIIII e XIX la maggioranza degli immigrati erano celibi. Il migrante non veniva accolto con favore da parte dell’amministrazione urbana e non poteva abitare dove vivevano le famiglie; era permanentemente sotto il controllo della polizia. I migranti vivevano nella periferia della città, in quartieri simili a lazaretti, in edifici chiamati “han”. Per loro la vita era difficile, l’igiene era scarsa e in questi quartieri erano frequenti epidemie che causavano numerosi morti. Quelli che arrivarono a Costantinopoli dai Balcani e dall’Anatolia venivano controllati nelle stazioni di sicurezza (Bostancı) situate ai confini della città. Veniva effettuato il controllo dei passaporti, che contenevano varie informazioni, come il luogo di provenienza, la causa dell’arrivo, l’indirizzo di residenza, il permesso delle autorità del luogo di provenienza. Gli altri invece, una volta arrivati in città con le loro famiglie, potevano soggiornarvi con la garanzia data da un membro del quartiere di residenza. Per questo motivo nei quartieri si stabilivano persone provvenienti da diversi luoghi (mahalle). Le violazioni dell’ordine pubblico, della sicurezza e del buon costume, la prostituzione, l’alcolismo non erano tollerati dai membri della communitas, che non esitavano a reclamare presso il pretore della città ossia il “qadi”, chiedendo l’espulsione dei colpevoli dal loro quartiere. Lo stesso si può dire degli stranieri. Edward Barton, ambasciatore della Regina d’Inghilterra Elisabetta I, venne scacciato dal quartiere con l’ordine del qadi di Galata in seguito a un reclamo degli abitanti sia musulmani sia cristiani della commutitas, che lo accusavano di condurre una vita immorale e di  organizzare persino delle orge nella sua residenza a Pera.

Con la dissoluzione dell’Impero, alimentata dai movimenti nazionalisti, e con la perdita delle terre imperiali, Istanbul si è riempita di vecchie famiglie migranti. Bisogna dire che questo tipo di migrazione ha distrutto tutta la struttura urbanistica di Istanbul, che seguiva il vecchio modello di Roma. Da quel momento in poi, la problematica relativa ai rifugiati e ai migranti ha assunto un carattere diverso.

 

 



 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dal Comitato promotore del XXXVI Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla Terza Roma” (organizzato dall’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR e dall’Istituto di Storia Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia, con la collaborazione della ‘Sapienza’ Università di Roma, sul tema: MIGRAZIONI, IMPERO E CITTÀ DA ROMA A COSTANTINOPOLI A MOSCA) e dalla direzione di Diritto @ Storia]

 

[1] İlber Ortaylı, Osmanlı Toplumunda Yönetici Sınıf Hakkında Kamuoyunun Oluşumuna Bir Örnek: Menâkıb-ı Mahmud Paşa-yı Veli, in Tahsin Bekir Balta’ya Armağan, Ankara 1974, 460 ss.

[2] Ömer Lütfü Barkan, Ekrem Hakkı Ayverdi, İstanbul Vakıfları Tahrir Defteri, 953 [1546] Tarihli, İstanbul Fetih Cemiyeti İstanbul Enstitüsü Vol. 61, Istanbul 1970; Ömer Lütfü Barkan, Osmanlı İmparatorluğu’nda Bir İskân ve Kolonizasyon Metodu Olarak Sürgünler, in İstanbul Üniversitesi İktisat Fakültesi Mecmuası 11, 1949-50, 524 ss; Halil İnalcık, The Appointment Procedure of a Guild Warden (Kethuda), in Wiener Zeitschrift fur die Kunde des Morgenlandes 76, 1986:Festschrift fur Andreas Tietze, 135 ss.

[3] Si veda, per tutti, Ralph W. Mathisen, Concepts of citizenship, in The Oxford Handbook of Late Antiquity, a cura di Scott Fitzgerald Johnson, Oxford, New York 2012, 745 ss.

[4] Su ciò si veda David Noy, Foreigners at Rome: Citizens and Strangers, London 2000.